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Face to Face : Simone Soya

Simone Soya, disc jockey, produttore musicale ed architetto classe ’77. Formatosi come dj negli anni ’90, grazie alla sua costante ricerca musicale è stato presenza fissa del clubbing sardo fino al suo trasferimento a Milano, dove oggi svolge la sua professione e ha fondato uno spazio culturale State of Art. Vanta produzioni su Hypnotic Room, Desvio Records, Elektrax e Cat-Bull.


Ciao Simone e benvenuto su Behind the Store. Hai iniziato in Sardegna nei primi anni 90, com’è nata la passione per la musica e il djing? Nel ’90 ero un tredicenne, avevo un piccolo gruzzoletto e volevo comprarmi qualcosa, mio fratello ebbe quest’idea, "comprati due giradischi"!

Un amico, Massimo, aveva un Technics 1200 MK2 nuovo, bellissimo, lo sapeva già maneggiare per bene. Vidi in VHS le registrazioni dei campionati del mondo DMC, con i maestri Americani dello scratch, del sound del ghetto, Q-Bert e la sua breakbeat.

Mi piaceva molto ascoltare l’Hip-pop d’oltre oceano, tra i gruppi preferiti c’erano i Run DMC, ma non disdegnavo i Beastie Boys, contemporaneamente nell’ambito più elettronico Europeo ascoltavo i Kraftwerk, i Depeche Mode e altri, oltretutto in casa mia gia si ascoltava musica, perché anche mio fratello, sette anni più grande è sempre stato un buon ascoltatore .

Iniziò tutto il giorno del mio 14° compleanno. Andai in un negozio di musica , con la l'idea e la possibilità di comprare un giradischi, ma con l’aiuto di mia mamma, che aveva capito tutto, mi portai via due Technics 1200 MK2. Fu un giorno incredibile, un sogno, lo ricordo come se fosse oggi.

Mi allenai con scratch e cutting per almeno 3 anni, quattro, sei, otto ore al giorno, senza mai smettere. Imparai in breve tempo ad avere il pieno controllo tecnico. Compravo quattro copie di vinili uguali ogni volta che usciva un album interessante, perché a furia di fare scratch si consumavano.

In duo partecipai a due edizioni consecutive dei campionati Italiani di DMC con lo pseudonimo di ISLAND GROOVE.

Nel frattempo un mio concittadino di nome Fabio (Killer Faber), spopolava a Milano con la primissima Techno. Killer Faber e Francesco Zappalà hanno avuto il negozio un negozio di dischi che ha segnato la mia formazione come dj; è li che passavo le mie serate a parlare di musica, al KZ Sound.

C’è un artista che più di altri ti ha ispirato? Non è semplice, per il modo di condurre un dj-set, ho sempre trovato il meglio fuori dai blasonati locali dei vari periodi, insomma tra gli artisti meno conosciuti, nei party illegali, nei rave o in qualche buon festival.

Sono maturato nel periodo in cui i miti di oggi erano alle “prime armi”, ma la loro fama era già ben nota nei propri territori d’origine e per gli addetti ai lavori. Parliamo di Jeff Mills e tutta la scuola di Detroit e Chicago, Sven Vath, Richie Hawtin nella versione di Plastikman, parliamo di artisti cresciuti artisticamente ed esponenzialmente già da metà degli anni 80 e tuttora ancora in piena attività. Per il linguaggio musicale sono stato anche influenzato da alcune prime opere degli Underworld e dei Chemical Brothers, ma se dovessi indicare a medio periodo il dj-producer più presente nella mia valigia dei dischi, questo è Ken Ishii.



Hai fatto parte di uno dei gruppi elettronici più interessanti del panorama isolano, gli Astral Tribe. Com’è nata la vostra avventura? Ci sono tante circostanze, sicuramente la più decisiva è stata quella di trovarci insieme a suonare con la stessa organizzazione e negli stessi posti, così ci siamo “trovati” artisticamente, ma in realtà ci conoscevamo già tutti, ma non ci frequentavamo, chi suonava con strumenti tradizionali, chi batteria, basso, chitarra, drum machine o solo chi ascoltava ed amava buona musica.

Io arrivavo dal mondo dei dj, loro da quello dei musicisti strumentali, che sperimentavano anche con drum machine.

La sperimentazione di nuove forme espressive mi ha sempre attratto, ho comprato un campionatore Roland e abbiamo iniziato insieme, il duo si è trasformato in un trio. Abbiano fatto tanto soprattutto i primi anni, gli album, i lunghi tour in Irlanda e le miriadi di serate e situazioni incredibili.

Come dj, esordii in pubblico dopo un concerto dei Casinò Royale, il direttore artistico dell’evento era proprio Giuseppe Cappio, che in futuro sarebbe diventato mio compagno di band con gli Astral Tribe.


Negli anni novanta il clubbing in Sardegna conobbe quasi un decennio di fermento musicale molto intenso. Com’era partecipare a quelle serate? E' stato un periodo intenso, si suonava la stessa notte in posti diversi, party, after, after tea, rave, qualsiasi fine settimana o festività equivaleva al delirio. Eravamo supportati da locali e organizzazioni che credevano in noi, abbiamo dato tanto per la musica e per i nostri sostenitori e continuiamo a darlo ancora oggi in forme diverse.

Quando hai iniziato, la musica Techno in Italia ancora non si conosceva. Dove trovavi e come restavi aggiornato sulle ultime uscite. Naturalmente non c’erano tutte le possibilità della rete di oggi, il principale metodo per sapere di ciò che accadeva nel mondo della musica erano senz’altro le riviste del settore, le cassette e videocassette degli eventi, il passaparola, la radio, i negozi specializzati di musica e la vita vissuta in un contesto ricco di musicisti e amanti dell’arte in genere e i viaggi all’estero per vedere di persona cosa succedeva. Oggi vivi a Milano ma le tue origini sono sarde, inoltre hai vissuto da protagonista alcuni degli anni d’oro del clubbing isolano. Quale pensi sia stata la vetta massima di quel movimento e come la vedi oggi? Ho messo piede a Milano nel '98 ma sono stato assiduamente presente in Sardegna e la mia famiglia d’origine vive tutt’oggi a Sassari.

Non credo ci sia stata una unica vetta massima, all’interno degli anni '90, anche appena dopo, si sono susseguite una serie di realtà nelle quattro provincie principali dell’isola che in tempi alternati hanno mantenuto il monopolio per un decennio ed oltre. Parlo di realtà come il Club Nottambula con Giampiero Mendola, il Kilton a Cagliari con Andrea Young, Gabriele Pinna e tanti altri illustri esponenti, dall’altra un’Area Mito, con Ennio Carusillo, proseguita con me e poi con gli Astral Tribe e tanti altri.

L’ultimo decennio, salvo qualche raro caso, ritengo che non abbia regalato grosse realtà, ma negli ultimi anni vedo una gioventù che scalpita con forza, che ha voglia di esprimersi ed è capace nella comunicazione. Di questo sono più che contento. Come dj e produttore hai una carriera più che ventennale che ti ha portato a suonare in giro per l’Italia e l’Europa. Dove hai trovato i dancefloor più caldi? Non ho dubbi, per quel che ho vissuto e vivo, li ho trovati in Sardegna nel nostro miglior momento e nella successiva fase della mia vita artistica nell’area dei Balcani, ancor prima che scoppiasse il fenomeno internazionale estivo della Croazia. A Milano invece non posso scordare il Deposito Bulk, ho sempre preferito le situazioni non convenzionali rispetto al club tradizionale.

Le tue produzioni hanno un inconfondibile timbro techno, che strumentazione usi oggi? E che approccio hai al processo creativo?


Il mio Home Studio, oltre alla sezione dei turntables è composto di vari strumenti, analogici e digitali. Il mio metodo nella composizione non è cambiato tanto nel tempo, ma è diventato grazie a strumenti sempre più specializzati, più pratico e la qualità sonora è migliorata. Mi muovo tra la Machine Studio NI, qualche altra diavoleria analogica e un editor, oltre al supportato di miei collaboratori musicisti che non si tirano indietro quando c’è da creare qualche nuova idea.

Ritengo secondaria l’esasperazione della qualità sonora, sono più interessato al groove, all’anima del brano. La strumentazione è un mezzo tecnico per arrivare a costruire un sentimento sotto forma di musica, la composizione rimane l’evento più importante della creazione. Non basta possedere uno strumento, devi usarlo bene, ho sempre cercato di fare così è continuerò in tal senso. Quando hai iniziato fare il dj si può dire era cosa per pochi, mentre oggi sempre più ragazzi e ragazze si affacciano a questo mondo. Quale dev’essere secondo te la dote fondamentale che un dj deve possedere? Cultura musicale e buon gusto, qualunque genere sia e qualunque mezzo si disponga.

Versatilità ed empatia, il dj-set è una danza di emozioni da controllare e disporre nel modo corretto per valorizzare la propria performance. Ci sono una moltitudine di fattori che un dj impara a gestire con l’esperienza nell’ambito delle proprie serate, a seconda del pubblico o del contesto, deve sapersi connettere emotivamente con il pubblico che si trova in pista;

Un Disk-Jockey a mio parere, per essere tale, deve necessariamente saper usare i giradischi ed i vinili. Non esistono eccezioni.


Parliamo di vinili, so che sei un affezionato. Come vedi questo ritorno alla materia analogica e che set-up prediligi per i tuoi set? Il dj oggi, ha il dovere di sostenere l’uso del vinile.

Il ritorno non è grazie a noi è grazie al fascino stesso del vinile!.

Il set-up? Datemi corrente, audio, due Technics e un mixer, il resto lo faccio io.

Con la tua associazione State of Art a Milano proponete musica e spettacoli, com’è lo “stato dell’arte” in una grande città come Milano?


Mi sono trasferito a Milano per studiare Architettura al Politecnico, allora era una città difficile ma romantica, mi ha conquistato e ci sono rimasto. Milano oggi è una città fantastica, dall’Expo in poi è stata rivoluzionata, una città impegnativa che offre tanto in tutti i settori e nel cambiamento è riuscita a mantenere parte del suo romanticismo.

Milano esige uno standard di efficienza molto alto, si vede di tutto, occorre mettersi in gioco e migliorarsi in continuazione. Per il resto è una città che rende possibile la realizzazione di un’idea, di una visione, di un contenuto. Questo è quello che faccio nelle varie realtà con cui collaboro, cerco di dare una visione del futuro.


Dove potremo ascoltarti quest’inverno? Hai qualche serata da proporci? Chissà magari in Sardegna


Vorrei iniziare dai miei nuovi progetti discografici, ho un E.P. pronto per l’uscita e sto già lavorando per la prossima Release con una etichetta Jappo-Australiana, credo possa essere pronta per la primavera. Contemporaneamente sarò impegnato in una serie di eventi a Milano e non solo, che tratteranno in relazione stretta la musica e l’architettura, mia seconda passione, ma di questo ne parleremo a breve.

In Sardegna sono a casa ed è sempre un piacere suonarci, magari qualcosa bolle già in pentola. Grazie Simone per essere stato ospite su Behind the Store. Ti va di salutarci con due dischi? Di quelli che non possono mai mancare nella tua borsa. Grazie per l’opportunità di raccontarvi qualcosa della nostra magnifica isola e non solo. Floor Room 13 (Original Mix) Simone Soya



Play Biting (Original Mix) Ken Ishii


Intervista a cura di Francesco Oliva Clicca qui per il link del Podcast su Spotify

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